Architettura, decorazione, arte: l'opera di Gio Ponti per l'albergo Parco dei Principi di Sorrento

Parlare di Gio Ponti, scrivere e descrivere quanto da lui realizzato nel corso della sua lunga attività professionale, comporta sempre un piacevole momento di riflessione sulla bellezza del lavoro interpretato come “passione”.

Gillo Dorfles descriveva l’architetto milanese come una persona cordiale, aperta ma, soprattutto, attiva e curiosa nei riguardi di qualsiasi attività creativa e progettuale.

Ebbene questo suo modo di “amare l’architettura” trasformava ogni lavoro in una esperienza unica, diversa ma sempre legata alle precedenti dall’entusiasmo di affrontarli come una nuova sfida.


Un pittore mancato

Ponti si definiva come un “pittore mancato”, da qui il suo amore per il disegno espresso dai progetti alle lettere che inviava agli amici ricche di simboli grafici che le rendevano esclusive; amava disegnare, sognando ed immaginando il “finito” quando ancora non aveva preso una forma grafica, quando ancora le idee aleggiavano nella sua mente sotto forma di intuizione, rendendo così “straordinario l’ovvio”. Disegnava ovunque come un artista che riesce ad esprimersi con il “linguaggio universale “ delle linee, delle geometrie, ed era proprio in questa sua qualità immaginativa che riusciva a tradurre infiniti alfabeti in grado di parlare ad ognuno.

Ponti sosteneva sempre che il motore dell’evoluzione di ogni individuo è la curiosità, quella stessa che lui  descrisse così in un articolo su Domus  “ …la curiosità rende l’uomo senza tempo… e la fantasia non ha una forma né un limite, e non per forza deve considerarsi figlia della genialità”. 

 

La wunderkammer sorrentina di Gio Ponti

Era il 1960 quando l’ingegnere Roberto Fernandes, dopo avergli conferito l’incarico di ristrutturare l’Hotel Royal di Napoli, decise di affidare all’architetto milanese un intervento non più solo limitato agli arredi, bensì all’intera progettazione del nascente albergo Parco dei Principi di Sorrento.

Ponti giunse a questo incarico nel pieno della sua maturità professionale e decise di affrontarlo con quella sensibilità tipica dell’uomo maturo e con un bagaglio di esperienze, immagini e conoscenza accumulate anche grazie ai suoi tanti viaggi in giro per il mondo, ma anche grazie al suo amore per l’arte che lo portò a frequentare artisti di ogni calibro.

Architettura, decorazione, arte, tutto riuscì ad inserire in questa “wunderkammer sorrentina”, in questa macchina delle meraviglie, vero e proprio contenitore di emozioni espresse in ogni suo angolo, in ogni suo scorcio; mai banale, mai uguale ma sempre in grado di dialogare (e non sovrapporsi) alla natura dominante ed affascinante di questi luoghi.

Dieu est dans le detail” sosteneva Gustave Flaubert, laddove “occorre far parlare le cose”, ed in questo Ponti riuscì in modo esemplare a trasmettere emozioni silenti in ogni piccolo particolare liberandolo dal tempo numerico (Kronos) e tramutandolo nel tempo supremo (il Kairos) , come dimostra la contemporaneità che questo albergo esprime ancor oggi a distanza di sessant’anni. 

 

Parco dei Principi di Sorrento: il pavimento è un teorema

Tuttavia tra gli interventi che maggiormente suscitano l’interesse dei clienti e dei visitatori vi sono i pavimenti ed i rivestimenti delle camere e degli spazi comuni; qui si evidenzia infatti la sua capacità creativa in grado di declinare i suoi trenta disegni di progetto delle ceramiche in due, tre o quattro combinazioni diverse capaci di rendere uniche le pavimentazioni delle  cento camere.


Ho fatto un albergo a Sorrento e, benchè non ve ne fosse necessità, ho voluto che ognuna delle sue cento camere avesse un pavimento diverso. L’ho fatto per il mio antico amore per la ceramica che, quando posso impiegarla mi spinge a far di più di quanto mi si chiede.

Gio Ponti

In questa esaustiva citazione ecco riaffiorare quel personale modo di affrontare un incarico riempiendolo di poesia, rendendo esatte le sue emozioni.

Ed ecco che tra linee, cerchi, triangoli, foglie, stelle e lune impostò queste scacchiere “sulle quali giocano tutti gli elementi mobili e viventi… uomo compreso”, affidandone la realizzazione alla Ceramica D’Agostino di Salerno (i cui diritti di riproduzione sono oggi stati acquisiti dalla Ceramiche Francesco De Maio di Vietri sul Mare).

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Per l’albergo di Sorrento tutto si declinava sulla bicromia del bianco e del blu, partendo dalle suggestioni ricevute durante la sua prima visita a Sorrento in ”un giorno in cui tutto era azzurro, per nebbia di solare calura”.

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L’Accademia Mediterranea, nata dopo le prime suggestioni della casa pompeiana e proseguita insieme a Bernard Rudofsky in un albergo mai realizzato a Capri, possiamo dire che si concluse con questa opera paradigmatica. Nondimeno anche a Sorrento Ponti considerò come “legante“ tra i vari tappeti ceramici un materiale che da sempre apparteneva al suo personale modo di ”aggiungere bellezza e durata”, il marmo. In particolare, nelle aree destinate alla hall ed al bar, il marmo bianco di Carrara diventava il “un candido foglio” sul quale contrastare i colori ed i disegni realizzati in ceramica.

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Nulla era affidato al caso, nulla era trascurato in quanto destinato ad ambienti secondari o di servizio; anche in questi ultimi infatti (come si evince da appunti prodotti durante un suo sopraluogo in cantiere) l’attenzione al dettaglio era maniacale invitando a trattare simili ambienti con più resistenti mosaici della ILSE di Savona.

Note, correzioni, suggerimenti rettificati in corso d’opera per restituire sempre maggior unicità alla nascente struttura. Ed è su questa impostazione progettuale che diviene altrettanto interessante la soluzione di rivestire alcune pareti con una sorta di “derma” utilizzando le placche maiolicate di Fausto Melotti o i ciottoli della Ceramica Joo. Tali soluzioni rendevano e rendono ancor oggi esclusivi ambienti che appaiono come espressioni artistiche anche su elementi strutturali portanti, quali i pilastri del Piano Hall. Per quanto, di contro, riguardava il rivestimento in ciottoli, questi vennero utilizzati sia in alcune aree delle facciate esterne che in ambienti quale la Reception, il Front Desk ed il Bar.

Questo insieme di soluzioni, legate tra loro dal “leit motiv” della bicromia in bianco ed azzurro, sembravano creare un alfabeto unico che parlava il linguaggio della “mediterraneità”.

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Il restauro del moderno

Fù in occasione del mio incarico di ristrutturazione di questo albergo che ebbi modo di riscontrare soluzioni tecniche che oggi sembrano all’avanguardia, e tra queste ricordo in particolare la soluzione dei pannelli fonoassorbenti sotto le pavimentazioni di ogni camera, in grado di isolare acusticamente i quattro piani fuori terra.

In un suo articolo sul Corriere della Sera del 14 giugno 1935, affrontava già tale questione descrivendola così: “la afonicità è un requisito di importanza sempre maggiore…inutile guerreggiare con i rumori…la guerra ai rumori và assolutamente dichiarata per la serenità, l’intimità, la discrezione…”.

Queste soluzioni le ritrovai allorquando, durante l’operazione di smontaggio dei singoli impiantiti (che apparivano deteriorati nelle zone di maggior traffico), ebbi modo di operare un intervento quasi chirurgico, fotografando ogni singolo ambiente per poi riposizionare le nuove maioliche così come e dove esistenti all’origine non prima di aver provveduto a reintegrare un sottofondo fonoassorbente.

Un intervento quasi definibile di anastilosi dove all’aspetto pratico e cantieristico si antepose uno studio approfondito dei grafici originali di Ponti. Disegni tecnici, schizzi ed appunti di cantiere recuperati tra gli archivi (Gio Ponti Archives di Milano, CSAC di Parma ed il Fernandes – Naldi che organizzai dopo aver recuperato e catalogato i grafici esistenti), mi consentirono di intervenire riproponendo soluzioni originali che negli anni erano state, in alcuni punti, modificate.

Ecco, dunque, che nel corso di un incarico professionale, trovandomi a confronto di questa sorta di “lezione di progetto“(come la definì Marco Romanelli), ogni dettaglio venne da me gestito come un’occasione di studio ed approfondimento. Nulla era lasciato al caso e tale messaggio doveva essere trasmesso anche ai clienti meno attenti ed interessati ad aspetti architettonici, artistici e di Design che al Parco dei Principi erano contenuti.

Fù dunque in occasione del 50mo anniversario della sua inaugurazione che, d’accordo con la committenza, decisi di organizzare un “Museo dell’Opera”, dove raccogliere e descrivere nel percorso sviluppato al Piano Terra, ogni dettaglio dalle maioliche, agli arredi, dai grafici ai documenti fotografici in grado di restituire il giusto valore anche a chi non aveva mai pensato di trascorrere una vacanza nel primo Hotel Design al mondo, proclamato (a pari merito con il Radisson di Copenaghen di Jacobsen) nel 2002 dalla rivista Domus.

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