Pavimenti Industriali: non basta il progetto, fondamentale il ruolo della direzione lavori

Non c'è persona in Italia che abbia seguito l'evoluzione della normativa sui pavimenti industriali più di Gian Luigi Pirovano. E quando gli ho chiesto di rispondere alle mie domande su questo specifica opera, visto il periodo di intenso lavoro mi ha risposto "... mi devi una buona bottiglia di rosso...". Visto l'esito direi "di ottima qualità".

 

Pavimenti industriali: giusto considerarle strutture ?

Andrea Dari

Il parere rilasciato dal CONSUP sul riconoscimento dei pavimenti industriali delle caratteristiche di strutture lascia di fatto al professionista che deve progettare l’opera il compito di questa valutazione. Sarà infatti lui stesso che valutando il collegamento con le altre opere di fondazione e le strutture dell’edificio a cui la pavimentazione è abbinata, nonchè le prestazioni richieste (o attese), dovrà valutare il carattere strutturale dell’opera. 

A tuo parere, il principio che se una pavimentazione industriale deve fare da basamento a una scaffalatura di medie, o grandi, dimensioni, debba essere progettata da un professionista qualificato è giusta ?

pirovano Pavimenti industriali: giusto considerarle strutture ?Gian Luigi Pirovano

Direi che il parere del CONSUP è ineccepibile.

Le masse in gioco, gli spessori della lastra, le caratteristiche prestazionali dei materiali, il dimensionamento della pavimentazione in tutti i suoi particolari esecutivi, sono determinanti per contenere e/o contrastare le tensioni e le deformazioni previste, fondamentali soprattutto in caso di sisma.

Ma in ogni caso, il pavimento, a prescindere, deve essere progettato secondo le Linee Guida del CNR, e/o in assenza può essere configurato come  mancanza progettuale con le relative responsabilità ?

E’ da 40 anni che ci stiamo girando intorno.

Il primo step fu lo sviluppo di materiali prestazionali per la realizzazione della corazzatura superficiale. Ma l’attenzione si soffermava solo a quello specifico strato finale.

Sempre in quel periodo le principali società produttrici di materiali e tecnologie per l’edilizia proponevano al mercato dei pavimenti una serie di prodotti già sufficientemente ampia, quali additivi, stagionanti, trattamenti superficiali. Anche in questo caso però i vari prodotti erano di fatto proposti e valutati  singolarmente, ognuno di loro poteva migliorare delle prestazioni, ma il progettista rimaneva quasi sempre escluso, mancava totalmente la visione d’insieme.

Proprio per questo molte di queste tecnologie non trovarono facile riscontro nel mercato, lasciato quasi sempre alle decisioni degli esecutori, delle Imprese, delle Immobiliari.

Il percorso successivo fu quello di passare dal dosaggio di cemento per metro cubo alla resistenza meccanica, avendo ormai ampiamente riscontrato che il solo dosaggio di cemento non garantiva le resistenze previste.

Problema molto italiano, direi, visto che in molte altre realtà (ad esempio, i nostri amici tedeschi dai quali ho imparato le regole del mix design e del conseguente risultato ottenibile), con dosaggi chiari ed effettivamente utilizzati, con mix design ben definiti, che permettevano di realizzare nella realtà pratica quotidiana calcestruzzi di buona qualità.

Un altro passo fu quello di alzare gli spessori minimi delle pavimentazioni, visti gli insuccessi di tanti lavori eseguiti, soprattutto quando nella realizzazione delle pavimentazioni si riscontrava spesso il maggior rapporto utile/impegno dell'impresa.

In realtà il problema si stava evidenziando non solo ed esclusivamente per scarsa qualità dei materiali o della lastra in calcestruzzo, ma in quanto stava avvenendo un passaggio storico funzionale nella movimentazione delle merci, che con il passaggio dalle ruote morbide dei carrelli a quelle dure, maggiori carichi, scaffalature più alte, maggiori sollecitazioni a fatica, sollecitazioni sempre più importanti sul pavimento (immaginiamoci, nei corselli box delle nostre abitazioni, l'azione del peso di una Fiat 500 degli anni 60 utilizzata la domenica per la gita al mare rispetto ad un Suv di oggi utilizzato più volte al giorno)

Poi fu la volta delle armature, con il passaggio dalla rete elettrosaldata di “ben”  5 mm, con maglia 200 x 200 mm, “tirata su” con l’uncino durante la posa, a reti più performanti, doppia rete, e poi in alternativa al mondo delle fibre.

A quei tempi ogni pezzettino di ferro veniva considerato fibra, anche se con prestazioni totalmente diverse tra di loro.

La figura del professionista, nella maggior parte dei casi, non interveniva nel processo decisionale, spesso lasciato ancora all’esperienza del posatore, ad un calcolo generico del fornitore, ecc.,  in sostanza la cultura del pavimento era demandata quasi sempre alle indicazioni del mercato, e dei fornitori. 

Da qui è nato il percorso che ha portato alle due  domande che pone l'amico Andrea.

Il pavimento deve essere progettato secondo le Linee Guida del CNR ?

Fuori discussione, si !

La presenza di una norma vigente sui pavimenti industriali, la UNI 11146, è di fatto completamente superata dal documento DT 211 del CNR:

Non bisogna dimenticare che il primo approccio prodromico alla realizzazione della UNI 11146 avveniva nel 1983,  quasi 40 anni fa.

Quando il mio telefonino aveva la dimensione di un contenitore di latte da mezzo litro e permetteva solo di telefonare..... 

La seconda parte della domanda, se il mancato utilizzo può essere configurato come  mancanza progettuale con le relative responsabilità, la risposta è fuori discussione, anche in questo caso è si !

In 40 anni abbiamo prodotto tanti documenti, Codici di Pratica, Norme, Linee Guida, con l'obbiettivo di dare un punto di riferimento al mercato , ma soprattutto proprio ai professionisti.

Chi deve conoscere la norma, il committente ?, l'impresa, il pavimentista ?

Certamente il professionista. !

Sotto il profilo squisitamente giuridico le attuali Linee Guida del CNR DT 211 sono e rappresentano la migliore conoscenza in materia, e pertanto identificabili come "la buona regola dell'arte".

E un professionista che non segue tali indicazioni, ancorchè non chiaramente "cogenti" , di fatto realizza o dirige un progetto/prodotto al di fuori della Regola dell'Arte.

Quindi un chiaro inadempimento progettuale, e ovvie conseguenti responsabilità.

Salvo che possa dimostrare che abbia messo in pratica metodi e soluzioni alternative ugualmente validi.

 

Capitolati per Pavimento Industriale: cosa prevedere per i getti di calcestruzzo in inverno

Andrea Dari

Che tipo di indicazioni si dovrebbero mettere a capitolato per i getti durante i climi invernali per evitare che un ritardo eccessivo dell’avvio delle operazioni di levigatura e posa dello spolvero, possa creare non pochi problemi per l’operatività delle squadre in cantiere, e a volte portando a situazioni di degrado per il calcestruzzo ?

Gian Luigi Pirovano

Ritengo che il problema sia diverso.

Quando viene predisposto un capitolato il progettista spesso non è a conoscenza di quando effettivamente verranno realizzati i lavori.

Certamente potrebbero essere inseriti nel progetto tutte le indicazioni utili in previsione delle varie condizioni operative.

Ma sono tante e tali che, in tal caso, sarebbe utile allegare al capitolato il libro del mio caro e compianto amico Gianni Bebi (non me ne vogliano gli altri)

Da qui la fondamentale importanza del Direttore dei Lavori.

Solo lui avrà la conoscenza dei problemi al momento dei lavori, a lui il compito quindi di ottimizzare i materiali, gli accorgimenti, i controlli per ottenere un buon risultato.

Il problema peggiore, tuttavia,  non è tanto il ritardo più o meno accentuato della presa del calcestruzzo, il problema vero è l'omogeneità del materiale posato.

Il problema vero è la capacità di sospendere i lavori quando necessario.

Il problema vero è cambiare in corso d'opera materiali e condizioni per ottenere il rispetto della "buona regola dell'arte", e accettare anche i relativi eventuali costi dati dalla "necessità".

A mio parere questo dovrebbe essere inserito sempre nei contratti.

 

E per i pavimenti gettati in estate ? 

Andrea Dari

Ripetiamo la stessa domanda per i climi estivi.  Cosa si dovrebbe prevedere a capitolato per risolvere questo problema e quali suggerimenti pratici puoi indicare ?

Gian Luigi Pirovano

idem 

 

Quali regole seguire per i piazzali esterni in calcestruzzo in zone con gelo disgelo

Andrea Dari

Per le pavimentazioni in calcestruzzo realizzate in zone che poi risentono dei problemi di cicli gelo/disgelo viene previsto l’uso di prodotti aeranti. 

Non sempre però si tiene conto del fatto che durante l’inverno su queste pavimentazioni viene spesso sparso del sale disgelante a base di cloruri (sodio, calcio,…) e questo porta a fenomeni di rapido degrado della piastra. Cosa si dovrebbe fare per evitare questo problema ?

Si dovrebbero anche cambiare le norme ?

Gian Luigi Pirovano

In questo settore e su questo tema c'è molta confusione.

Una cosa è la normativa sui calcestruzzi, sulle strutture, nelle prove di laboratorio, ecc.

Altra cosa sono le reali problematiche, soprattutto  nelle pavimentazioni industriali che, sotto il profilo della loro specificità, sono state lasciate in periferia, se non addirittura ignorate in ambito normativo.

Il problema quindi non è utilizzare un calcestruzzo aerato per gli esterni.

La maggior parte degli operatori del settore, specialisti, tecnologi, in Italia e all'estero, sono perfettamente a conoscenza che l'impiego di calcestruzzo aerati presenta grossi problemi di realizzazione.

L'impiego di calcestruzzi aerati nelle pavimentazioni industriali presenta più difetti che vantaggi.

Questo è il punto vero della questione.

E la normativa attuale non tiene in debito conto questa particolare specificità dell'edilizia.

Quindi chiariamo una cosa: i pavimenti industriali all' esterno raramente vengono realizzati con calcestruzzi aerati, ma vengono realizzati con tecniche alternative che hanno dimostrato, nella pratica, un buon successo. 

La maggior parte delle pavimentazioni all'esterno in zone gelive realizzate in Italia ( e non solo) sono prodotte con calcestruzzi ad alta resistenza e con bassi rapporti acqua/cemento.

Non introduzione di aria dunque (peraltro tassativamente senza spolvero indurente superficiale), ma ottimo calcestruzzo, meglio se abbinato ad opportuni accorgimenti.

Ovviamente con omogeneità, pendenze adeguate, finiture corrette, e/o trattamenti protettivi finali, ecc. ecc.

La problematica di degrado peggiora  nel caso di utilizzo di sali disgelanti a base di cloruri (e non solo).

La presenza di cloruri comporta un rapido deterioramento della pasta cementizia sotto il profilo chimico e meccanico.

Dovrebbe essere vietato l'uso dei cloruri, e ancor più del cloruro di sodio.

Ma i cloruri sono utilizzati per sciogliere ghiaccio e neve, costano poco, hanno una buona efficienza, sono la storia degli antigelo.

E, se non possono essere vietati, obbligare ad effettuare un trattamento protettivo adeguato a protezione del pavimento in calcestruzzo.

(In realtà ci sarebbero anche altre soluzioni, ma questa mia è solo una risposta, non un trattato...)

Certo che si dovrebbero cambiare le norme !

Partendo dalle esperienze del mercato, dalla valutazione analitica della storia di questi ultimi decenni, integrando l'esperienza di laboratorio, con le problematiche realizzative e indicando più di una soluzione per ottenere il massimo della durabilità.

Senza dimenticare un programma di manutenzione ad hoc.

 

Pop out del pavimento: problema risolto ?

Andrea Dari

Uno dei problemi più importanti dei pavimenti industriali, da un punto di vista economico, è quello delle reazioni di pop out. 

Purtroppo si continua a sentire di pavimenti che hanno cominciato a «scoppiettare» e che presentano decine di microcrateri sulla superficie.

Bastano prove di laboratorio di caratterizzazione della cava del fornitore oppure è necessario guardare i dati storici di zona ?

Ci sono soluzioni tecniche per prevenire il problema ?

Gian Luigi Pirovano

Gli aggregati utilizzati nel calcestruzzo non sono inerti. Vengono chiamati inerti, ma in realtà non lo sono affatto.

Il contenuto di alcali nel cemento, l'apporto di alcali nel calcestruzzo, fronti di cava nuovi, materiali riciclati,  inquinamenti inaspettati nel processo produttivo, portano ad un aumento dei rischi di pop out.

Le prove di laboratorio di caratterizzazione della cava sono importantissime, ma non bastano,  guardare i dati storici di zona è molto utile, ma non basta.

I protocolli di controllo a mio avviso devono essere perfezionati, anche per quanto riguarda tutti i materiali e i trasporti.

Ci sono soluzioni tecniche per prevenire il problema ?

Per primo il controllo preventivo, poi aiuterebbe certamente l'impiego di cementi e aggiunte che possano ridurre il rischio di pop out.

L'umidità alimenta il problema e quindi anche alcuni aspetti realizzativi possono aiutare. la riduzione di questo rischio, anzi, degli effetti di questo rischio.

 

 

Calcestruzzo con fibre per pavimenti

Andrea Dari

Per ottenere pavimentazioni industriali ad alta tenacità, sempre più spesso è prescritto l’uso di fibre per calcestruzzo. 

Meglio le fibre o la doppia rete ? Ci deve essere un progetto che dia indicazioni precise sulla tenacità e sui controlli ?

Quali vantaggi e quali precauzioni adottare per un getto omogeneo ?

Gian Luigi Pirovano

Butterò un sasso nello stagno.

Tenacità: capacità di un materiale di deformarsi e/o resistere alle sollecitazioni, prima o dopo la rottura

I pavimenti vengono normalmente richiesti e realizzati  per avere fessurazione scarsa o nulla.

Sotto questo profilo la tenacità dovrebbe essere vista quindi come aspetto importante, ma secondario.

Tuttavia il progetto deve assolutamente indicare il valore di tenacità del conglomerato e  i controlli da eseguire.

A questo proposito il documento del CNR e  le Linee Guida sui calcestruzzi fibrorinforzati sono un formidabile protocollo di verifica.

Fibre o rete , quindi ? Al progettista, e solo a lui,  la scelta. 

Infine, per ottenere un getto omogeneo c'è solo un trucco: CONTROLLI; CONTROLLI; CONTROLLI !

 

Pavimenti Post Tesi

Andrea Dari

Da diversi anni per le pavimentazioni più impegnative si preferisce utilizzare  vengono proposte e realizzate pavimentazioni con le soluzioni  delle pavimentazioni post tese in alternativa alle altre soluzioni tecnologiche. 

Hai esperienze in tal senso ? Cosa ne pensi ?

Gian Luigi Pirovano

Chi l'ha detto che per le pavimentazioni più impegnative si preferisce utilizzare il post teso ?

Una pavimentazione in post teso è una delle tecniche utilizzabili, interessante, performante, ma una tra le tecnologie utilizzabili.

Un buon progettista dovrebbe sempre valutare tra le varie tecnologie utilizzabili quella che più si addice alle sue valutazioni tecniche in relazione alla fattibilità e alle condizioni di contorno.

Infine, le mie esperienze  con il post teso sono le stesse identiche delle altre tecnologie utilizzabili.

Se ben fatti, tutto ok, al contrario problemi e contenziosi.