La Corsa allo Spazio e i Cespiti Digitalizzati Comportamentali

La pandemìa ha sollecitato due elementi fondamentali nell’uso dello spazio confinato, oltre che di quello aperto: la densificazione e la rigidità, o, per meglio dire, ha spinto a ridurre la densificazione e l’affollamento e ha invitato ad accrescere la flessibilità e la versatilità dello spazio.

Nei termini più propri anche della digitalizzazione essa ha, inoltre, come hanno notato diversi osservatori del mercato immobiliare, causato una ibridazione tra tipologie di cespiti (uffici, alberghi, residenze).

 

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In che misura tali tendenze permarranno quali elementi stabili oppure si riveleranno solo temporanee è difficile, allo stato attuale, prevedere, ma certamente molte tendenze, latenti o già in atto, sono state accelerate.

Il problema, però, è che raramente lo spazio, nel settore della costruzione e dell’immobiliare, nonostante che molto si parli di servizi e di automazioni, riesce a oltrepassare una concezione del tangibile, poiché l’interazione tra contenitore e contenuti resta piuttosto passiva, a prescindere dalla interconnessione.

Molti sono gli ambiti in cui il fenomeno si è manifestato: tra questi, gli edifici scolastici, destinati ai figli, e gli edifici terziari, in cui opera una parte dei genitori.

Acuta, peraltro, è l’osservazione di coloro che vedono una sostanziale differenza tra workspace e workplace, attribuendo a quest’ultima una connotazione spaziale più ampia e sofisticata.

L’organizzazione dello spazio, peraltro, è da tempo al centro dell’attenzione degli operatori poiché essa, sia nei contesti educativi sia in quelli lavorativi, è in grado di influenzare il rendimento e la produttività degli occupanti, in presenza (ad esempio, negli uffici o nelle fabbriche) e in assenza (nelle residenze o negli spazi aperti).

Spesso le modalità di fruizione dello spazio, in entrambi i casi, hanno teso, in età precedente all’emergenza pandemica, ad abbattere alcuni limiti fisici e mentali, a iniziare dalla attenuazione della nozione di classe nelle attività laboratoriali sperimentali degli studenti o negli open space e nel co-working (o spazi collaborativi) dei lavoratori intellettuali.

Per alcuni versi, peraltro, lo spazio non deve essere sprecato, vale a dire inutilizzato, allo scopo di assicurare la continuità delle attività e di scongiurare l’improduttività dei cespiti.

Una delle conquiste fondamentali più recenti che il settore della costruzione e dell’immobiliare ha ritenuto di dover conseguire ha riguardato il ciclo di vita dell’edificio, dell’infrastruttura o della rete, considerato per i livelli prestazionali erogabili attraverso, ad esempio, gli aspetti strutturali o energetici.

Da ciò deriva la Maintenance, che attualmente si vorrebbe supportata dal cosiddetto gemello digitale, o specchio digitale.

Conseguentemente, monitorare, prevedere e verificare in tempo reale il funzionamento del bene tangibile è divenuto prioritario, al punto da desiderare di affinare le analitiche sui dati che consentissero di gestire una manutenzione totalmente predittiva.

Si tratta, perciò, di ambire a conoscere in maniera completa i modi di uso o di guasto del cespite fisico, anche nelle sue implicazioni più immateriali di carattere fisico-ambientale che si riverberano sugli occupanti.

Tutto questo, naturalmente, «spazia» dall’edificio scolastico che presenta le più gravi patologie all’edificio terziario maggiormente intelligente.

D’altra parte, si riscontra ultimamente un enorme interesse della Commissione Europea per il Digital Building Logbook, unitamente anche, localmente, a livello fiscale e tributario, con l’anagrafe integrata immobiliare, e per la gestione geo-spaziale dei Digital Twin.

Il settore, d’altronde, è pur vero che transa superfici o volumi, ma lo fa attraverso prodotti tangibili, in attesa di farlo sugli stili di vita e sui contratti esistenziali, colle ambiguità del caso.

Quello che probabilmente sta avvenendo è, in effetti, che una parte delle Operations si stia affermando, così come una parte della manutenzione, in tutt’altri termini, in cui, a iniziare da un approccio geo-spaziale, si potrebbe terminare con profili di utenza computazionali di carattere comportamentale o users’ behavioural pattern.

In altre parole, grazie a grandi moli di dati frutto di rilevamento delle modalità con cui gli utenti occupano gli spazi di lavoro e di altra natura, combinando tali informazioni coi profili tratti dai social network e dalle società telematiche, sarebbe possibile «progettare» combinatorialmente spazi mediante «moduli comportamentali» mediabili con logiche generative riguardanti configurazioni di componenti edilizi e impiantistici a repertorio da Mass Customization.

Si tratterebbe, come sarà evidente da prossimi documenti in preparazione, di disvelare la nuova dimensione della Third Platform.

Per questa ragione è fondamentale, in un ambito paradigmatico, come, a titolo esemplificativo, quello scolastico, in cui lo Space Race assume ormai toni critici, evitare riduzionismi computazionali inerenti a simulazioni di flussi e di occupazioni.

Lo stesso caso di studio in cui lo scrivente è attualmente impegnato, che fa ricorso ad autentici strumenti di simulazione, anche para ludica, di flussi e di interazioni spaziali, è, peraltro, passibile di accuse di riduzionismo nella corsa allo Space as an Experience.

La sfida è epocale, le soluzioni non immediate, le incognite significative.