Pavimenti-Web » INCONCRETO 151 » Costruire in C.A.: l'importanza del mantenimento nel tempo della consistenza del calcestruzzo
Costruire in C.A.: l'importanza del mantenimento nel tempo della consistenza del calcestruzzo
Fabio Bellantoni

L’importanza del mantenimento nel tempo della consistenza del calcestruzzo fornito per realizzare una buona opera

La consistenza, classificata convenzionalmente in classi , è la proprietà del calcestruzzo fresco che ne descrive la lavorabilità ovvero la sua predisposizione ad essere messo in opera facilmente. Nella pratica quotidiana, in corrispondenza delle varie classi di consistenza, si parla di calcestruzzi più o meno fluidi.

La consistenza, a partire dal confezionamento (inizio fase plastica) fino alla perdita completa di lavorabilità (fine fase plastica), può cambiare più o meno bruscamente.

Il cosiddetto mantenimento della classe di consistenza descriverà quindi quello spazio di tempo nel quale il materiale riesce a mantenere i propri valori all’interno della classe di consistenza originaria.

È, quindi, interesse dell’utilizzatore, colui che mette in opera il calcestruzzo, ricevere un calcestruzzo con una lavorabilità adatta a ciò che deve fare (classe di consistenza adeguata) e che sia caratterizzato da questa lavorabilità per tutta la durata del getto (mantenimento della classe per tutta la durata dello scarico), aspetto che deve essere quindi stimato quantomeno al momento dell’ordine.

Le persone che vivono quotidianamente il cantiere sanno quantificare questo tempo in modo abbastanza realistico ed hanno bisogno di poche informazioni per farlo:
-    il quantitativo trasportato (quanti metri cubi)
-    l’opera di destinazione (una platea o una serie di pilastri, per esempio)
-    le modalità di getto/messa in opera (scarico a secchione o getto pompato, etc)

Altri possibili fattori hanno un’influenza relativa anche perché la durata di uno scarico non può essere valutata “al minuto” ed è, viceversa, sufficiente una stima approssimata.

Le cose che è utile e fattibile prendere atto sono del tipo:
-    in una platea pompata, difficilmente un’autobetoniera prolungherà lo scarico oltre i 30-40 minuti
-    durante il getto di una serie di pilastri a secchione, è altrettanto probabile che 2-3 ore non siano sufficienti per terminare le operazioni di scarico anche di una sola autobetoniera.

In questo senso sarà opportuno effettuare stime per eccesso dei tempi di scarico previsti in modo da poter sopperire ai classici e frequenti imprevisti di cantiere. Il rischio maggiore in questo contesto è un calcestruzzo che perde lavorabilità in modo imprevisto durante il getto. In quel caso la soluzione più semplice e immediata per le maestranze sarà purtroppo sempre quella di un’aggiunta d’acqua, minando così la resistenza e durabilità dell’opera finita.

L’importanza di un equilibrio fra la capacità di mantenimento del materiale utilizzato e la durata delle operazioni di scarico, viene oggi finalmente riconosciuta come aspetto essenziale per una corretta realizzazione in opera.

A titolo d’esempio, anche le recenti Linee guida per la messa in opera (Consiglio Superiore dei Lavori Pubblici, settembre 2017, paragrafo 6) definiscono come caratteristiche fondamentali per la buona esecuzione delle operazioni di getto, compattazione e finitura, proprio la classe di consistenza e il suo mantenimento nel tempo.

È infatti inutile continuare a pensare che per risolvere il problema delle aggiunte d’acqua indiscriminate in cantiere sia sufficiente imporre il divieto di farle e non si può neanche continuare ad affermare che il problema stia nell’assenza di controllo in cantiere da parte di una direzione lavori considerata latitante.
Il divieto scritto è necessario ed è anche importante una direzione lavori presente ma, d’altra parte, è altrettanto ovvio che le maestranze devono anche essere messe in condizione di lavorare in modo efficace attraverso la richiesta di un materiale adeguato all’uso previsto, quindi con una consistenza appropriata e con la capacità di mantenerla per tutta la durata dello scarico. Se il materiale avrà queste caratteristiche, divieti e controlli diventeranno quasi superflui.

A questo proposito un punto interessante è se debba essere la richiesta dell’impresa oppure la prescrizione progettuale a riportare consistenza e mantenimento adeguati per quello che si vuole fare e come. Fino al D.M.1996 le competenze e le responsabilità progettuali per quanto riguarda il calcestruzzo si limitavano in generale alla resistenza mentre è col D.M.2008 che il legislatore afferma decisamente che la prescrizione progettuale minima comprende anche consistenza e diametro massimo oltre all’onere, sempre per il progettista, di garantire la durabilità e di fornire indicazioni operative sul come dovranno essere eseguiti i getti.

La causa del cambio di marcia da parte delle Norme Tecniche per le Costruzioni 2008 su questo tema, sta nell’aver riconosciuto l’importanza di questi aspetti sull’esito finale dell’opera. L’organizzazione operativa e logistica dei getti non può più essere decisa liberamente dall’impresa per obiettivi puramente organizzativi e, spesso, economici. Per fare un esempio pratico, un progettista prescriverà un calcestruzzo con 60 minuti di mantenimento per i pilastri pompati mentre, se l’impresa intendesse, al contrario, metterli in opera a secchione, il direttore dei lavori gli imporrà di utilizzare un calcestruzzo con 3 ore di mantenimento e non più 60 minuti.

Tutto può essere modificato in corso d’opera perché un cantiere è una "cosa viva" in cui non è possibile prevedere tutto ma i problemi nascono quando i cambiamenti operativi non portano a un’eventuale rivalutazione delle prescrizioni progettuali.

Consistenza e mantenimento della stessa non possono essere prescritti a prescindere dalle modalità di messa in opera.

I tempi di scarico di un’autobetoniera possono variare molto, in base al tipo di opera e alla modalità di getto scelta. Basti pensare che ci sono tipologie di opera che solo nel 5-10% dei casi superano i 60 minuti di tempo di scarico e altre che oltrepassano tale tempistiche più del 60% delle volte, con punte dell’80% se i getti vengono condotti a secchione.
Purtroppo, nonostante che ciò sia evidente e sotto gli occhi di tutti, ancora oggi assistiamo ad una forte diversità fra le richieste in termini di mantenimento, spesso inesistenti, e le durate degli scarichi in cantiere. Non a caso, sono conseguentemente pochi i fornitori italiani che garantiscono un mantenimento in cantiere per i propri prodotti standard a listino visto che le richieste sono scarse. Così facendo un utilizzatore si accontenta di prodotti non garantiti nel mantenimento e quindi probabilmente non performanti.

Per concludere, giusto una menzione a un aspetto troppo spesso sottovalutato se non addirittura non considerato. La prescrizione di una consistenza non adeguata per quello che si vuole fare, probabilmente, porterà alla voglia delle maestranze di aggiungere acqua fin da subito. L’assenza della prescrizione del mantenimento adeguato porterà probabilmente ad un’aggiunta d’acqua poco dopo l’inizio dello scarico. Tutti gli operatori del settore sanno che il materiale consegnato risulterà conseguentemente impoverito in resistenza e nella sua capacità di affrontare le aggressioni ambientali nel tempo. Quello, però, che spesso non viene considerato è che, in caso di aggiunta d’acqua, tutte le prestazioni non sono più garantite e non solo resistenza e durabilità: non c’è più impermeabilità, idrorepellenza, gradevolezza del facciavista o contrasto alla fessurazione da ritiro, etc.

In quest’ottica una corretta prescrizione e richiesta di consistenza e mantenimento sono le due armi più efficaci, nelle mani di tutti, per impedire le aggiunte d’acqua, non col semplice divieto, ma eliminandone la voglia ancora prima che questa emerga.

Articolo letto: 2072 volte